Meno di un secondo: l'epica rivalità degli anni 90 tra Italia e Norvegia nella staffetta Olimpica maschile del fondo

C’è stata un'epoca dello sci di fondo Olimpico in cui la lotta per l'oro, nella staffetta maschile 4x10 km, non solo era un affare quasi esclusivo tra Norvegia e Italia, ma si risolveva sistematicamente per una questione di centesimi di secondo. Olympics.com ripercorre la storia di una delle rivalità più accese dello sci nordico che, tra Albertville 1992 e Torino 2006, rese l’evento della staffetta uno dei più popolari e attesi dei Giochi Invernali.

di Gisella Fava

Tra la metà degli anni Novanta e i Duemila, la staffetta 4x10 km maschile fu un discorso quasi esclusivamente a due tra Norvegia e Italia, con il paradosso che il primato, proprio nella disciplina dove più conta la resistenza protratta nel tempo e nelle distanze, si conquistava per centesimi. Olympics.com racconta una delle rivalità più emozionanti dello sci nordico a squadre: i primi sussulti di Albertville 1992, l'epica battaglia di Lillehammer 1994 e il braccio di ferro tra quartetti passati direttamente dalla storia alla leggenda.

Björn Daehlie

Quando la supremazia era tutta scandinava: dalla Francia alla Francia

Da Chamonix 1924 alla vigilia di Albertville 1992, Norvegia e Finlandia avevano collezionato 36 podi nel fondo Olimpico, arrivando ai Giochi francesi seconde solo ai cugini svedesi, dominatori dello sci nordico, con ben 39 allori.

Erano stati anni cruciali per lo sci di fondo, con molti sviluppi a livello tecnico, sia nella "classica" (TC), la tecnica di sciata tradizionale, in continua evoluzione tra "passo alternato" e "passo spinta", e la più recente tecnica "libera" (TL), detta anche skating (perchè di quest'ultimo sfrutta e prende in prestito i movimenti sul ghiaccio), che avrebbe preso sempre più piede, arrivando ad assicurarsi due frazioni su quattro della staffetta.

Fino all'Olimpiade canadese, la Svezia era stata la regina delle lunghe distanze: solo nelle due precedenti edizioni Olimpiche aveva vinto sette medaglie nel fondo – tre ori, un argento e un bronzo a Sarajevo 1984 e due ori a Calgary 1988. Eppure, ad Albertville la macchina si inceppa e l’albo di quei Giochi riporta solo un podio – un bronzo - nella 10 km TC. Ma se per i fondisti svedesi l’Olimpiade francese è da dimenticare, per la Norvegia Albertville 1992 è un successo strepitoso, nonché lo scenario della consacrazione a cinque cerchi di due leggende vichinghe: Vegard Ulvang, all’apice della carriera - oro nella 30 km TC e nei 10 km TC, e argento nell’inseguimento -, e Bjorn Daehlie - oro nell’inseguimento, nei 50 km TL e argento nella 30km TC -, che con l’Olimpiade savoiarda comincerà la cavalcata verso il record dei 12 podi Olimpici Invernali, superato solo nel 2014 dal connazionale Ole Einar Bjørndalen. I due faranno metà squadra della 4x10 norvegese in Francia.

Vergard Ulvang

Albertville 1992: il primo episodio dell'assalto italiano alla fortezza norvegese

Se i fari sono tutti puntati sugli atleti scandinavi, è proprio sulle nevi di Francia che comincia ad affiorare il fiume carsico del movimento azzurro del fondo. Fino a quel momento, la partecipazione italiana nelle distanze nordiche aveva avuto degli exploit isolati, come le imprese di Franco Nones, il primo a mettersi di traverso alla supremazia scandinava nel nordico - a Grenoble 1968-, e di Maurilio de Zolt che, a Calgary 1988, aveva conquistato il primo (tardivo) successo Olimpico della carriera – un argento, nella 50 km TL - dietro la star di Sarajevo 1984, lo svedese Gunde Svan, di 12 anni più giovane.

Ad Albertville, gli italiani cominciano a intrufolarsi tra i podi e i festeggiamenti. Proprio il grillo de Zolt bisserà l’argento canadese nella maratona, facendo doppietta italiana sul podio con Giorgio Vanzetta, alle spalle del proteiforme Daehlie che chiude con 2h03:41, abbagliando con una tecnica libera fuori categoria. Lo stesso Vanzetta sarà terzo nella 15 km TL, la gara in cui Marco Albarello rimarrà ai piedi del podio per un soffio, ma solo dopo aver conquistato uno splendido argento nella gara corta, la 10 km TC, in cui si lascerà dietro persino Dahelie. Piazzamenti e destini intricati, ma le prove della grande crescita dei fondisti azzurri ci sono tutte: non è ancora del tutto chiaro, in quella fase, se si tratti di sprazzi o di solide realtà.

Bjorn Daehlie, Maurilio De Zolt e Giorgio Vanzetta ad Albertville 1992
Foto di 2019 Getty Images

Le piste francesi faranno da spartiacque nella corsa italiana al primato della 4x10km maschile.

A contraltare dei dream team scandinavi dello sci di fondo, l’Italia della staffetta di Les Saisies risponde con Giuseppe Puliè, Marco Albarello, Giorgio Vanzetta e Silvio Fauner, un quartetto la cui prestazione in squadra farà da ciliegina sulla torta ai grintosi risultati individuali. Gli azzurri si insinueranno tra gli dèi norge (che rifilano quasi un minuto e mezzo agli italiani - 1:26.7) e i finlandesi di Harri Kirvesniemi, che arrivano terzi.

Dopo i successi savoiardi, la coincidenza dei Giochi Olimpici in terra norvegese si presenta come la cornice perfetta per le imprese dei fuoriclasse locali, che possono così contare su un calorosissimo pubblico.

La vittoria italiana in casa dei maestri: il silenzio di Lillehammer

A Lillehammer 1994 il livello della scuola fondistica norvegese non lascia spazio a pronostici, è semplicemente all’apice. I padroni di casa si esibiscono nelle lunghe distanze mietendo medaglie su medaglie, mentre il pubblico assiste alla nascita di nuovo dio nordico fra le mura domestiche: Thomas Alsgaard acciuffa il suo primo oro Olimpico proprio sulle nevi amiche, nella 30 km TL, davanti a Dahelie, oro nell’inseguimento e nella 10 km TC.

La composizione della staffetta norvegese è un mix di leggende e astri nascenti, imbattibile: ad Ulvang, Daehlie e Alsgaard viene affiancato Sture Siversten, incaricato di aprire le danze.

L’Italia, pur avendo dato segni di vitalità e di crescita, è tutto fuorché la favorita. Ma per gli azzurri, quel 22 febbraio 1994 è la giornata della gara perfetta: lanciati da de Zolt (43 anni, l’atleta più anziano dell’intera edizione), il cadorino non perderà mai di vista la torre Siversten (190 cm), consegnando a Albarello una terza posizione tignosa e sudatissima. Albarello e Vanzetta riusciranno a mantenere il passo dei giganti.

L’ultimo cambio è storia: “Sissio” Fauner strega letteralmente Daehlie, il maestro tra i maestri delle distanze, che non riesce a trovare la spinta per la volata. Fino agli ultimi due km la certezza norvegese è al comando - per un’inezia - ma a quel punto Fauner sorpassa, spinge e cerca di arginare gli assalti del pluricampione fino agli ultimi metri. La resistenza dell’azzurro si trasforma in freschezza e diventa oro.

1h41:15.0 vs 1h41:15.4: i padroni di casa vengono detronizzati proprio al Birkebeineren skistadion,davanti a oltre 30.000 spettatori - tra cui il re di Norvegia -, e per 0.4 centesimi di secondo si ferma il respiro di un’intera nazione.

Le rivincite vichinghe di Nagano e Salt Lake

A Nagano 1998, i norvegesi ripensano i frazionisti: per il lancio viene riconfermato Siversten, reclutato Erling Jevne al posto di Ulvang, mentre si inverte l'ordine tra Alsgaard e Daehlie. Il cambio di responsabilità in squadra scava ancora di più il solco della rivalità interna tra i due, ma gli screzi - alimentati dai dissapori per i risultati individuali - non impediranno la rivincita e la difesa del campanile norvegese. Lo scettro Olimpico della staffetta tornerà ai norge per un soffio di secondi, davanti ai reduci Albarello e Fauner, e le new entry Fulvio Valbusa e Fabio Maj. La sberla di Lillehammer i norvegesi la restituiscono con gli interessi: l’oro al collo pesa 0.2 centesimi di secondo. E a chiudere il podio, ancora una volta, sarà la Finlandia.

A Salt Lake City l’appuntamento con la 4x10 è un conto in sospeso. Nel 2002, sul consueto podio nordico mancheranno solo i finnici, detonati dalla Germania, ma il testa a testa per l’oro si giocherà ancora una volta sui binari azzurri e norvegesi. Molti i volti nuovi per l’edizione Olimpica statunitense, con i soli Alsgaard e Maj a fare da perno nelle rispettive delegazioni, ma stavolta Daehlie aprirà la pista ai compagni - Frode Estil e Kristen Skjeldal - giocando d'esperienza. La squadra italiana è un quartetto di individualità che da lì a poco avrebbe spiccato il volo: Pietro Piller Cottrer, Cristian Zorzi, Maj e Giorgio Di Centa. Ma a Soldier Hollow la strategia norvegese si rivelerà ancora una volta vincente: l’oro si tocca a 1h32:45.6 dalla partenza, e Anders Aukland taglierà il traguardo tre centesimi di secondo prima di Di Centa.

Silvio Fauner, Marco Albarello, Maurilio de Zolt e Giorgio Vanzetta a Torino 2006
Foto di 2006 Getty Images

La rivalsa tricolore di Torino 2006 e la fine di un ciclo

La gara di Pragelato si può considerare l’epilogo della rivalità di quella gloriosa generazione di fondisti. Questa volta l’Italia di Valbusa, Giorgio Di Centa, Pietro Piller Cottrer e Zorzi riesce a staccare tutti, andando da subito all’attacco e battendo la Germania con un distacco di oltre 15 secondi. Si tratta della quinta medaglia consecutiva degli italiani nella 4x10 delle Olimpiadi invernali. Il bronzo andrà alla Svezia, la sua prima medaglia in staffetta dal 1988, anno in cui la Norvegia iniziava l'epoca magica del fondo. Sarà la prima volta in cui l'Italia non spartirà il podio con i rivali di sempre di quella stagione incredibile. I frazionisti azzurri si ritrovano così nella cornice speculare agli eroi di Lillehammer, con l’Italia a fare gli onori di casa e Torino 2006 a chiudere un ciclo e congedare una generazione di pluricampioni dello sci di fondo.

Cristian Zorzi, Pietro Piller Cottrer, Fulvio Valbusa e Giorgio di Centa
Foto di 2006 Getty Images